venerdì 5 aprile 2019

Tutta colpa dell'amore #2

E quando la malattia diventa causa della fine di quell'amore?
Succede che la malattia giunga a relazione in corso o ci si accorga dopo delle difficoltà che essa comporta. Quando arriva dal nulla cosa fare? Ascoltare l'istinto di fuggire o soffocarlo e continuare il rapporto? La risposta non è cosi semplice come sembra, infatti, rimanere lucidi quando si scopre che è arrivata una malattia a distruggere le nostre certezze non è facile, la voce che dice di fuggire e lasciar perdere si fa fortissima, e non tutti hanno la forza di lasciarla all'uscio. Ma a quelli che hanno il coraggio di proseguire li aspetta un futuro sì difficile, ma gonfio di speranza e amore verso l'amato. L'amore si quintuplica...
Il secondo caso citato e ancora più complicato: la malattia c'era da prima ma non ci si era accorti del suo peso. Questo può avvenire per vari motivi; perché non si era fatto caso, presi dall'infatuazione, delle difficoltà che la malattia portava in dote; perché con il tempo si è aggravata o, caso più complicato, qualche perfido consigliere (magari qualche parente o falso amico) "per il nostro bene" comincia ad elencarci tutti i problemi che ci sono, magari aggiungendone di inesistenti per raggiungere l'obiettivo di distruggere tutto. Che fare a sto punto? Bé! mettere il silenziatore e fidarsi del proprio cuore è senza dubbio la scelta migliore.

giovedì 14 febbraio 2019

Tutta colpa dell'amore

Il disabile può innamorarsi? ma soprattutto: Ci si può innamorare di un disabile? sembra una domanda retorica: certo che si! che domande... Però, pensando con attenzione ai limiti fisici dei disabili non so quanti sarebbero così sicuri: spesso non guida, carrozzine tra i piedi, il freddo e il troppo caldo fanno paura, scivoli, spesso ostruiti, da andare cercando... sai che ripensandoci forse hai ragione meglio lasciar perdere: troppi casini.
Ascoltando la ragione, la maggior parte di noi giungerebbe a tale conclusione. Poi ti guardi intorno e cominciando da Belmonte vedi: coppie dove uno dei due e in carrozzina sposate da anni, coppie pronte alle nozze dove uno ha un incidente e lei se lo sposa... ma boh... coppie con un cieco, due ciechi sposati... ma sono pazzi, ma che fa scherzano... Stefano ma oggi che cavolo hai? Dici tutto e il contrario di tutto... No sono nel pieno delle mie facoltà mentali, io dicevo ascoltando la ragione, ma poi irrompe l'amore e sballa tutto. Quello non teme niente: non conosce carrozzine, ne bastoni, ne scivoli, niente di niente...
Tutta colpa dell'amore... 

giovedì 7 febbraio 2019

Riflessioni

Come ho scritto due giorni fa nella mia storia facebook: "la malattia non distrugge, trasforma: migliora." A dire il vero, nel mio caso la malattia qualcosa distrugge ovvero i muscoli ma certamente non me: il mio animo, il mio intelletto, il mio essere uomo... anzi il mio sviluppo umano sembra crescere in modo inversamente proporzionale rispetto a i miei cali fisici; ad ogni inciampo mi rialzo pensando cosa creare l'indomani.
Naturalmente non è stato sempre così, all'inizio non accettavo neanche la carrozzina: non riuscivo ad accettare l'idea di sedermi su quella cosa, e così il ventilatore e tutto il resto... Però, arrivata l'accettazione sono esploso, cominciando a creare, storie, approfondimenti
, interviste e un miliardo di altre cose. Lì avevo dentro da sempre, ma soltanto quando mi sono accettato ho cominciato a tirarli fuori. Certamente il fatto di sentirvi vicino fin da subito mi ha spinto a proseguire. Non vivrò un giorno in più di quanto previsto, ma avrò vissuto una vita vera, vissuta a pieni polmoni; con la sua bellezza e l'amore che può donarti una vita intensa, naturalmente senza escludere le delusioni, le angosce e le ansie che può portare; ma è vita anche questa...
Mi fa stare un po' male il fatto che alcuni disabili non riescano ad esprimere il genio che hanno dentro, tutti l'abbiamo ma spesso non riusciamo a trovare il modo di tirarlo fuori. 
C'è soltanto un modo per rimanere a galla: amare! prima se stessi - come consigliato dalle scritture, "Ama il prossimo tuo come te stesso" quindi ama prima te - e quindi gli altri.
Trovate il coraggio d'amare e di lasciarvi amare! 

lunedì 19 novembre 2018

Mi Vida

Cari amici, oggi propongo un approfondimento sulla mia, fin qui abbastanza interessante, vita; soffermandomi particolarmente sui problemi che ho avuto a causa delle numerose barriere architettoniche incontrate.



Ho scoperto di essere disabile quando non ho più potuto suonare il pianoforte.
Ma cominciamo dall'inizio. Fin da quando ero bambino, ho sempre avuto la passione per il corpo dei Bersaglieri perché mio nonno, che non ho conosciuto, faceva parte di tale corpo. Mia nonna, di conseguenza, ogni qualvolta comparivano i Bersaglieri in televisione mi telefonava: «Sté, ci sono i Bersaglieri in tv — diceva — mettilo sul primo!» Di solito li trasmetteva RAI 1.
Il collegamento Bersaglieri-Musica fu immediato: a sette anni cominciai a prendere lezioni di solfeggio, e dopo aver distrutto una ventina di trombe "Bontempi", ne comprai una vera. Decisi quindi di prendere qualche lezione. Ma durò poco, perché non riuscii più a tenerla in mano e cominciai ad avere anche problemi a camminare. Ma non mi arresi, ed iniziai a studiare il pianoforte.
I miei genitori cominciarono a chiedere la realizzazione di un ascensore a scuola, perché le elementari a Belmonte sono al primo e al secondo piano.
Per salire al piano mi metteva in braccio mio padre, o un bidello che si chiamava e si chiama Giacomino. Finalmente l'ascensore l'istallarono, peccato che andavo già alle medie.
Naturalmente scelsi il corso musicale, che mi permise di studiare seriamente il pianoforte, e di girare un po' la Sicilia, in quanto la classe partecipava a molti concorsi musicali.
C'erano soltanto due "piccoli" problemi: due ascensori guasti, e la palestra costruita separata dalla scuola con due "belle" rampe di scale. Un ascensore prima della licenza è stato riparato, mentre per la palestra ci accordammo con Tanino, un bidello della scuola, che mi metteva nella sua auto per "bypassare" la prima rampa; per la seconda sollevavano la sedia lui e la professoressa di educazione fisica.
A scuola mi accompagnava, quando mio padre non poteva, l’amico di famiglia Stefano Asciutto (abito a secondo piano, e a quei tempi non avevamo l'ascensore).
Fu il periodo in cui suonavo meglio. Infatti, in terza media, al saggio di fine anno riuscii a suonare un concerto di piano e clarinetto con Giuseppe, un mio compagno di scuola.
Per le superiori scelsi l'I.T.C.G. Duca degli Abruzzi di Palermo: mi stimolava lo studio del diritto, anche perché cominciavo ad interessarmi di politica.
La scuola iniziò il 19 settembre 2000. Come al solito, trovai qualche problema: 5 gradini da salire per entrare a scuola, e 4 da scendere per accedere alla palestra; però l'ascensore c'era. Mi lasciava mio padre, dopo che in braccio a lui superavo i gradini.
Quell'anno si dovevano sposare due mie cugine e decisi di suonare loro l'Ave Maria. Durante il primo matrimonio, mentre ero seduto all'organo cominciai ad avvertire mal di schiena. Riuscii a suonare, ma capii che sarebbe stata l'ultima volta. E cosi fu: infatti l'altra cerimonia la seguii dal terzo banco della Chiesa.
All'inizio del terzo anno di scuola, trovai due piacevoli sorprese: erano stati costruiti la rampa di accesso e uno scivolo per entrare in palestra.
A scuola non mi accompagnava più mio padre, ma un'associazione di volontariato; il mio autista, Sergio, era appassionato di musica dance anni '70 —'80, che ascoltava tutti i giorni. Il pezzo forte era il brano dei "The Trammps - Disco Inferno" di cui si vantava di avere la versione originale che durava ben 15 minuti. Come canzone non mi dispiaceva, ma un quarto d'ora di: "burn baby burn disco inferno, burn baby burn", era un po' pesante, nonostante questo, la dance anni ’70 è diventata uno dei generi musicali preferiti.
I miei compagni di scuola erano fantastici. Mi aiutavano in tutto quello di cui avevo bisogno, e c'era sempre un bidello, il caro signor La Rosa, che mi aiutava a scendere dalla macchina e mi accompagnava al bagno.
Quando andavo al quarto anno mio fratello si scrisse nella mia stessa scuola, e cominciò a collaborare con il La Rosa nella cura di me.
Nel 2005 dopo il diploma decisi di iscrivermi alla facoltà di scienze politiche, perché mi ero appassionato ancor di più ai temi politici.
In facoltà trovai ancora una volta qualche problema con le barriere architettoniche: le lezioni si svolgevano a secondo piano, l'ascensore c'era ma l'accesso era complicato, in quanto intorno al vano ascensore si stava costruendo la biblioteca. Per accedere al piano, con Davide (il mio assistente storico) aprivamo la saracinesca, salutavamo i muratori, e una volta al piano attraversavamo una passerella molto pericolosa.
Il primo anno superai tre esami. Dopo di questi contrastai con qualche problema di salute che mi costrinse a fermarmi sei mesi. Quando ripresi gli studi trovai la biblioteca completata, un'aula multimediale attrezzata e nuovi ambienti per gli studenti.
La ripresa degli studi fu un po' lenta. Sostenevo non più di tre materie l'anno, fino a quando, nel settembre 2013, mi accorsi che mi mancavano ancora sette materie. Decisi dunque che era il momento di dare un'accelerata: a dicembre superai lo scoglio dell'economia politica e nell'anno successivo completai il piano di studi. L'importante risultato della laurea è arrivato il 20 marzo 2015.
Durante la stesura della tesi, intuii le mie doti narrative. Per sviluppare tali doti, però, dovevo superare un ostacolo apparentemente insormontabile: l’insorta impossibilità – in seguito al normale decorso della patologia – dell’uso degli arti superiori. La svolta arrivò con la scoperta, da parte di mio fratello, di un software che trasforma la normale webcam del PC in un puntatore ottico. Inutile dire che per me si aprirono orizzonti inesplorati.
Oggi – nonostante la mia assai invalidante malattia, che mi costringe in sedia a rotelle con un respiratore in ventilazione forzata quasi tutto il giorno – sto riuscendo a sviluppare pienamente le mie doti narrative, infatti ho già scritto 13 racconti. I temi che stimolano maggiormente la mia creatività sono: amore-disabilità; emigrazione e l’indissolubile legame che lega genitori e figli.
Le mie storie sono state pubblicate in tre raccolte di racconti: “Ti racconto” (2016); “Amore senza fine” (2017) e “Riflessi” (2018).
Oltre a questo, ho creato e gestisco due blog: uno su storia – altra mia grande passione – e problematiche di Sicilia ed un altro sulle tematiche della disabilità; accompagnati da tre pagine ed un gruppo facebook. Amo definirmi disabilblogger perché credo che la mia disabilità non sia stata ostacolo ma motore per la realizzazione e la cura del mio blog.
Nello svolgimento delle mie attività sono continuamente spronato da un gruppo di fidati amici.



giovedì 4 ottobre 2018

Disabilove

Cari amici, riflettendo ho constatato che ci sono pochissime canzoni che affrontano il tema amore-disabilità, una di esse è "Non amarmi" di Aleandro Baldi e Francesca Alotta vincitore del Sanremo 1992 nella categoria nuove proposte. Voglio proporre un approfondimento sul testo e sul senso di questo brano.

La canzone si pone l'obiettivo di raccontare i sentimenti di un non vedente - Baldi lo è dalla nascita - ma si può allargare a tutte le altre disabilità, impaurito di essere amato soltanto per compassione. 
Il brano si apre con delle domande che Aleandro pone all'amata, da esse si evince il timore che lei non l'ami veramente per via della sua disabilità; le risposte di Francesca, però, fugano ogni dubbio lo ama la follia: “Anche se il futuro ha dei muri enormi, io non ho paura e voglio innamorarmi”.
Accertatosi dell'amore della partner Aleandro vuole essere rassicurato sul fatto che non lo ami per compassione: “Non amarmi per il gusto di qualcosa di diverso”. Lei gli assicura che il suo è amore vero: "Se il tuo amore non valgo non amarmi ma non mandarmi via". Fin qui la strofa, il ritornello si apre con Aleandro che accampa delle scuse per non essere amato perché teme, con la sua disabilità, di creare sofferenze all'amata: "Non amarmi perché vivo all'ombra, non amarmi per cambiare il mondo tanto il mondo non si cambia, e siamo tutti specchi fatti per guardarsi e diventare soli e vecchi". Questo è il timore principale del disabile innamorato.
Lei continua a rassicurarlo convinta della grandiosità di amarlo: "Non amarmi per restare a terra invece di volare come questo nostro amore deve fare... noi ci alziamo in volo e loro sono fermi sola in mezzo a questo cielo non lasciarmi". 
A questo punto, Aleandro comincia ad arrendersi sentendosi amato sinceramente, continua con le scuse ma in modo meno convinto; il brano si conclude con la vittoria di Francesca e il trionfo dell'amore:  "Non lasciarmi, non lasciarmi ho sbagliato voglio dire non amarmi, non spezzare le mie armi e il mio cuore con questi non amarmi. Non amarmi per il rosso della rabbia che c'è in noi, tu lo sai che non posso non amarti nemmeno se non vuoi. Non amarmi ti farò soffrire negli inverni che ci sono a volte nel mio cuore. Non amarmi per dimenticare né per vendicarti ma soltanto per amore non amarmi. Non amarmi e ci voliamo incontro e ci caschiamo l'uno dentro l'altro sorridendo. Questo amore è bello come il sole dopo un acquazzone come due aquiloni stretti per la mano".

Il senso della canzone è quello di non aver paura di essere amati, tipico dell'innamorato con disabilità; e incoraggia l'altra meta della coppia a non mollare: cederà...





lunedì 24 settembre 2018

Diritto alla casa

Carissimi, questo post si pone l'obiettivo di far riflettere su l'annosa questione del diritto alla casa; questione molto attuale soprattutto in Sicilia.
Il problema nasce dal deficit di case popolari che ci affligge, ciò comporta delle liste d'attesa infinite per l'assegnazione. Le difficoltà purtroppo non finiscono qui, infatti, coloro che aspettano l'assegnazione, stanchi delle snervanti attese, spesso occupano case a loro non spettanti occupandole. Questo, come capirete, rende assai più difficile la gestione del problema da parte delle autorità competenti.
A quanto detto, va aggiunto che spesso gli occupanti sono famiglie dove vi sono donne incinte e parecchi bambini. Oggi voglio far riflettere sul momento in cui la situazione diventa complicatissima, ovvero, quando in queste famiglie ci sono bambini con disabilità 
A tale scopo, propongo la lettura di un piccolo racconto di Chiara Martorana.

Una casa per Lara


Il nuovo giorno era già arrivato. Il sole ormai alto diffondeva i tiepidi raggi dell’autunno, che filtrando dalle fessure delle imposte, arrivavano fin dentro la stanza di Lara. Lei però non si muoveva. Era ferma. Dormiva ancora. Il suo respiro era lento, come tutte le cose che facevano da contorno alla sua esistenza. Era gracile, fragile come le foglie d’autunno che lentamente si lasciavano cadere dagli alberi. La madre di lei, dopo l’ennesimo litigio col padre si era separata. Lui non le dava niente. Nulla che le consentisse di venire incontro, in qualsiasi modo, alle esigenze familiari. Lara non capiva cosa stesse succedendo intorno a sé. Certi malesseri isolano al punto da non farti capire nulla. Tutto intorno a te è come un indistinto ronzio di voci, suoni, rumori, senza che tu riesca a penetrarli in fondo per coglierne le distinte sfumature. Con la voce tiepida, come il sole autunnale che cercava di svegliarla, iniziò ad emettere strani lamenti, come di solito faceva, anche quando era sveglia. La madre li sentì dal soggiorno (la madre, infatti, acquista col tempo una sensibilità acustica degna dei più grandi cantanti: sua madre, in particolare, riusciva a scorgere di lei, addirittura, i movimenti del respiro). Si precipitò da lei e vedendola così cominciò dolcemente a svegliarla, a suo modo, nel modo in cui solo una madre sa svegliarti, anche quando stai male.
Così, Lara si svegliò e con l’aiuto della madre piano piano si rese conto che un nuovo giorno era lì ad attenderla ancora una volta, che non tutto era perduto.
Teresa l’ho chiamata la madre, ma mi par giusto che il lettore sappia di lei il nome. Si chiamava così, la madre di Lara, cui la figlia somigliava, come una copia perfetta della sua immagine.
Teresa aveva quarant’anni ed alle spalle un passato difficile, di adolescente fragile e bisognosa di affetto. Si erano sposati col padre di lei, contro la volontà dei genitori che non condividevano la loro relazione. Arrivò la figlia e perciò presero la decisione di farlo, il matrimonio, ormai consumato.
E davvero cunsumatu fu, quel matrimonio, con tutte le sante regole. Ben altri tre pargoli arrivarono dopo Lara. Ma il pensiero più grande era lei, la bimba che ad un anno non camminava e a due non parlava ed era “strana”.
Era disabile. E questo era il segno, pensava Teresa, della sua ingenua fretta. Allora lì tutto il mondo era a ricordarle quanto fosse stato insensato andar così di fretta, ora che i tempi erano tutt’altro che veloci.
Eppure, una cosa positiva, in questa triste crescita senza speranza c’era: Lara le aveva insegnato la calma dei gesti, l’importanza del silenzio, in un mondo così pieno di parole.
Poi arrivarono gli altri. Stavano bene, almeno loro. Tutto sommato sì, si tirava avanti, con il possibile, con la grazia del Signore, cui comunque, nonostante tutto, Teresa non aveva mai smesso di credere.
E ci aveva creduto.
Un giorno, però u riavulu fici l’opira, come diceva lei. Il marito sembrò piano piano spegnersi come una candela: non le parlava più, a casa rientrava tardi, e con lui anche il denaro cominciò a perdersi, tra i fumi di alcool e sigarette.
Così finì la loro storia, ma non finì la vita di Lara. Teresa quasi pregava che il Signore la alleviasse, portandosela via, perché, gli diceva nun la pozzu viriri d’accussì: guardando l’Addolorata della parrocchia del Capo si chiedeva perché si soffre tanto quando muore un figlio, ma si soffre ancor di più quando te lo vedi lì, in una carrozzina, che pare un crocifisso senza ferite e piaghe, ma ugualmente immobile e privo di vita.
Lara pareva davvero una piccola martire crocifissa in quella casa, così piena di amarezze. Ma pareva, d’altro canto, dare a quell’ambiente un non so che di sacro ed immortale, quasi una nuova linfa di vita e di amore inespresso, eppure, così desiderato ed atteso. C’era nei suoi occhi il desiderio di libertà che tutte le ragazze sentono. La chiamavano a picciridda, è vero, ma l’età dell’infanzia l’aveva già abbondantemente superata da qualche anno, ed attraversava, pur nell’immobilismo della malattia quella che più velatamente chiameremo pubertà. Na signorina, insomma, questa picciridda. Una signorina che non poteva però permettersi il lusso di tacchi e vestitini; che quand’anche li avesse portati, a ben poco sarebbero serviti, paralizzata com’era, in quella carrozzina, sostegno della sua gracile vita e delle sue rare, rarissime uscite, accompagnata dalla mamma.
Un giorno Teresa non resistette. Trovò una casa in uno di quei quartieri che l’istituto aveva colonizzato per dar casa a chi non ne aveva. Davanti ai suoi occhi c’era un palazzo enorme di dieci piani, tutti abitati. Uno però, no. Era libero, completamente vuoto e ristrutturato, perché l’istituto lo aveva preparato per assegnarlo, non si sa bene a chi, né quando. Era lì. Pareva fatto per lei. Era a piano terra, grande, luminoso, spazioso, mediamente arredato (la cucina, le stanze da letto ed il bagno erano complete di tutti gli accessori; per il soggiorno, un divano ed un televisore si sarebbero trovati facilmente). Così, decise di entrarvi. Lei, con Lara non sapeva dove andare e sua figlia, sicuramente, in quel posto sarebbe stata bene. Oltretutto, questo palazzo non era in quei vecchi casermoni della città, dove quintali di cemento si ergono e imbruttiscono il paesaggio, senza spazi verdi.
Qui c’era un bel giardino ed il palazzo non era neanche tanto distante dal centro. Avrebbe potuto far passeggiare la figlia senza troppe difficoltà. Così pensò e così fece. Tempo una settimana, il tempo di raccogliere le poche cose di loro proprietà nella casa in affitto, che consumava gran parte della scarna rendita di disabilità della figlia (l’unica fonte di reddito per quella famiglia) e si trasferirono lì.
Passarono alcuni mesi.
Un giorno suonarono alla porta: “Carabinieri” disse la voce in esterno. Fecero un controllo dell’appartamento, tante tantissime domande, mentre Lara stava al centro della stanza con lo sguardo perso nel vuoto, mentre uno dei due la osservava con tenerezza.
Le posò una mano sulla testa, poi disse a Teresa che no, lì non ci potevano stare senza certificato dell’istituto ed avrebbero dovuto andarsene.
“E io dove vado?” replicò lei.
Loro non sapevano cosa dirle ma
“Signora, non dipende da noi, è il codice penale che lo prevede. La legge è chiara: se voi non avete nessun documento che ci prova la vostra legittima occupazione, anche in affitto, voi non ci potete stare” disse colui che aveva accarezzato Lara. “Mi rendo conto della situazione, ma noi il nostro lo dobbiamo fare”, soggiunse, con accento dolce e compassionevole.
Questa signora e questa bimba li sconvolgevano, ma procedettero come di rito.
Arrivarono tutti i documenti, l’identificazione, le indagini, il processo.
Sentirono tutti, testimoni compresi.
L’avvocato della donna disse che bisognava sentire gli amici di lei, che conoscevano la situazione e poi anche lei, che sapeva, pur essendo imputata, che qualora il suo difensore le avesse chiesto di parlare, sapeva benissimo cosa avrebbe dovuto dire, cosa chiedere quantomeno: una casa. Chi avrebbe dovuto dargliela non era chiaro, ma un posto decente per la bimba e per lei sì, lo avrebbe dovuto avere, perché la vera giustizia è quella che dà il pane e una casa a chi non ne ha.
A chi non può averne, perché non avrebbe neppure i soldi per mantenere un affitto.
Il giorno dell’udienza si presentò, vestita di tutto punto, con una bella giacca a fiori, un pantalone nero e casacca bianca.
Pensò che i vestiti della comunione di Lara fossero adatti per un luogo così solenne.
E purtroppo, da ormai un anno non aveva avuto modo né soldi per procurarsene di nuovi.
Parlò con schiettezza, rispose a tutte le domande dell’accusa e della difesa e persino del giudice, che la osservava con un’aura severa ma rispettosa al tempo stesso, direi quasi umana. Un’umanità che ahimè lei non vedeva intorno a sé, nella sua vita privata soprattutto oramai da tanto tempo.
“Che le devo dire?” disse ad un tratto, senza accorgerci che l’avvocato le aveva fatto un cenno come per dire “mi raccomando, sempre massima attenzione ai toni!”
“Che le devo dire? Niente, io ci ho una figlia e se qualcosa ho fatto di bene o di male, anche questo, se questo è male, io l’ho fatto per lei. Perché una mamma per i figli fa tutto ed è disposta anche alle conseguenze più brutte. Tanto, più di quanto ho sofferto al vederla così, più di quanto peno, quanto potrei penare, sei mesi, un anno, tre anni? Io è 15 anni che mi faccio di reclusione, dentro casa e quindi un anno più o un anno meno, basta che ci danno una casa per stare mia figlia e stare bene, che non mi importa”.
Si chiusero le porte e si ritirarono tutti in attesa del verdetto.
Si riunì la camera di consiglio. Le riflessioni furono lunghissime, intense e dolorose. Da un lato c’era la legge incriminatrice, ma dall’altro vi erano delle cause di giustificazione che potevano e dovevano trovare spazio.
E lo trovarono.
La corte uscì silenziosa e con solennità emise il verdetto: assolta.
La signora non credeva alle sue orecchie, non vedeva l’ora di correre a casa per abbracciare la figlia. Una casa per Lara, adesso, finalmente c’era.

martedì 4 settembre 2018

Medica ignoranza

Quando la compianta "buonanima" (si fa per dire) del professor La Grutta - che fu anche preside della facoltà di medicina- intuì, vedendo gli esami, da cos'era causato quel mio camminare sulle punte con continue cadute, lascio cadere per terra la penna che teneva in mano e chiese subito a mia madre se aveva un altro figlio. Si consolerà con l'altro, pensò il "caprone"; come se mi era capitata la disgrazia peggiore che mi potesse capitare.
Se l'anziano professorone avesse intuito anche le potenzialità delle persone con disabilità forse avrebbe reagito in modo diverso. Basti pensare a: Ray Charles, Steve Wonder, Andrea Bocelli etc... nel campo musicale; Alex Zanardi, Bebe Vio etc... nel campo sportivo; e tutti i diversamente abili autori di grandi imprese, nel mio piccolo anche a me.
Per concludere, voglio spiegare che i miei progetti, oltre che per la mia soddisfazione personale, sono realizzati per far capire agli altri giovani con disabilità che nessuna malattia può rendere la vita  non degna di essere vissuta.